uffici publici antico vizio italiano? o semplice tradizione?15 min read

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Mi trovo ad avere a che fare con uffici pubblici, istituzionali per lo più, ma anche semplici front office di aziende e, non posso dire in tutti perchè servirebbe un’indagine molto più esaustiva per poterlo dire, ma diciamo nella stragrande maggioranza si essi vedo che certe dinamiche e certi atteggiamenti nel porsi al

pubblico sono, nella mia esperienza, diffusi in modo tanto omogeneo da far pensare che siano quasi il risultato di un atteggiamento insegnato o, forse, semplicemente appreso per abitudine ed imitazione dei colleghi anche dai nuovi arrivati, vediamo di categorizzare gli atteggiamenti:
1 dissuadere e respingere. Intanto spesso è difficile da trovare, individuare ed approcciare lo sportello specifico che serve alla bisogna, questo è un metodo molto usato e anch’esso sembra insegnato oppure trasmesso per inculturazione rapida, se ciò esistesse.
Si vuole la tal cosa e si va, spesso perchè qualcuno ci ha detto di chiedere in quel tal posto,si va nel tal posto e inizia la trafila: step 1 capire come funziona l’elimina code del posto specifico, se c’è un numerino va trovato l’accrocchio, totem o distributore dal quale prendere il numerino, non è sempre facile, poi capire dove viene indicato quale numero è servito al momento e quale lo sarà poi, al mimo viene detto, da un cartello seminascosto in un mare di altri annunci, che “i numeri non sono chiamati in ordine sequenziale, quindi, per farsi un’idea di quanto ci sarà da attendere, è necessario stimare ad occhio il numero di persone che ci precede, per me è ci precede e non precedono perchè il soggetto è il numero, una quantità composta di vari individui che però per le mie personali regole di concordanza non vuole il verbo al plurale, come il 50% di una popolazione è o ha fatto o fa la cosa X, non fanno, hanno eccetera, sbaglio? può darsi ma la mia testa funziona così… come i puntini di sospensione che li metto a tre alla volta, non a decine come si usa oggi e sui social, come se valesse un’equazione più puntini uguale più suspence., al solito, poi, sono punti di vistae sono tutti leciti, anche se magari io non sono d’accordo. Preso il numerino e atteso in coda il tempo necessario, si arriva-finalmente-allo sportello, dietro un vetro, spesso blindato e sempre più spesso, cioè di maggiore spessore, diciamo, sempre più doppio per i lettori del sud, napoli e dintorni credo, chissà perchè i bigliettai delle stazioni, ma anche gli impiegati delle asl tendono a volere, o quantomeno a non rifiutare l’inserimento di barriere sempre più ostacolanti tra loro ed il pubblico, anche negli URP che, invece dovrebbero per definizione favorire la relazione con quell’animale immondo e pericoloso che è, appunto, il pubblico. Attendere in coda, per altro, non dovrebbe essere necessariamente spiacevole, lo si chieda agli inglesi che sono così avvezzi a fare la coda che, talvolta, ho visto persone mettersi in coda davanti a cartello della fermata del bus, anche se non c’era nessuno, in Italia no, non c’è pericolo, tutti puntano all’obiettivo e ignorano la stessa esistenza di altre persone che, se ci sono, vanno aggirate o spostate fisicamente dall’essere in mezzo tra noi e l’obiettivo, la coda? è roba da educati io devo solo pagare queste tre cose al supermercato devo solo sbrigare questa pratica, e quindi passano avanti senza ritegno e senza l’ombra di alcun imbarazzo, così poi si formano le code all’italiana, che con la coda hanno ben poco in comune, la coda, come negli animali, sarebbe una cosa di forma vagamente rettilinea che ha un inizio allafine della schiena ed un termine nel vuoto, in italia invece descrivere una coda, facciamo ad una biglietteria, è più complesso, va immaginato un punto, che è l’obiettivo delle persone in coda dal quale si diparte un triangolo, al cui vertice si trova l’obiettivo e che si allarga nello spazio finchè ci sono persone a formare il capannello, anche se mucchio selvaggio forse è più adeguato come termine descrittivo di queste cose, ma anche mischia da rugby andrebbe bene, inoltre, ma asarà lamia prospettiva distorta, in questi momenti si vedono variazioni con l’età, più la persona che dovrebbe essere in coda è anziana, diciamo dai 70 in poi,meno è disposta ad aspettare da pensionato, anzi, è incattivita e si lamenta dei giovani d’oggi, simile cosa ho visto fare dalle “categorie speciali” che non so qualesia il termine da usare, ammesso che ci sia, in un paese dove i ciechi non si chiamano più ciechi maipovedenti gravi, anzi, privi di vista o non vedenti, sìintendo gli sfortunati con il bastone bianco ed il cane guida, ma guai a dire cieco, si sentirebbe peggio, invece a chiamarlo ‘privo di vista’ subito vede arcobaleni e panorami? dopotutto è la cultura del piagnisteo, libro che consiglio a tutti di leggere, lo trovate su amazon qui se proprio andare in libreria vi dovesse sembrare uno sforzo intollerabile, io ci vado fin troppo spesso visto che il combinato disposto del mio essere povero e disoccupato da quattro anni e la mia compulsione a comprare libri, senza contare che davvero non so più dove metterli, mi rende difficile entrare in libreria ed uscirne a mani vuote, lo so, i lettori sono pochi, anzi in Italia non si legge quasi più, ma molti scrivono, vedi Corona, Vespa e Fabio Volo, che ad essere famosi si viene pubblicati, non letti, ma pubblicati. Gli ipovedenti… pardon, i privi di vista, ma anche le donne incinte e con bambini, per non parlare degli immigrati, che però potrebbero semplicemente non essere stati educati a fare la coda, scusa che non vale per le categorie precedenti, se ne fregano della coda e vanno al loro obiettivo, mi è capitato spesso, di aver, da attendente in coda e dire qualcosa, venendo apostrofato di razzista, e fammi passare, voi italiani tutti razzisti, a cui rispondere e voi neri tutti neri, sembra razzista davvero, niente in confronto alla zingara del ” mi devi dare qualcosa”. Ho ancora da raccontare sull’argomento, ma lo lascio ad un prossimo post, il 2 va…

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