per me gli fanno un corso4 min read

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Sonogiunto a questa conclusione sulla base, non propriamente statistica ma, diciamo, su osservazioni ripetute dello stesso comportamento, soprattutto da parte degli immigrati, ogni volta che ci si rivolge a loro in modo non del tutto accondiscente, ad esempio invitandoli a rispettare una fila o la posizione in coda, rispondono “voi italiani tutti razzisti”, la mia risposta è sempre la stessa “a me del colore della pelle non interessa nulla, la razza non esiste” ma vedi di tornare in coda, furbetto, a quel punto di solito fingono di non capire quello che gli dico, ma tant’è la comparsa subtanea dell’epiteto “razzista” mi sembra un po’ troppo immediata e mi ha convinto che gli venga insegnato, o apprendano a fare così vedendo che per altri loro colleghi funziona, a tacciare gli altri di razzismo come scorciatoia per ottenere quello che vogliono, un po’ come gli zingari, che non devono essere chiamati zingari, chissà poi perchè, bensì rom o nomadi o popolo dei camminanti che ormai anche per chiedere l’elemosina si avvicinano dicendo frasi tipo “non mi picchiare o, non sono zingaro/a” che indica che hanno capito che c’è una certa prevenzione, diciamo un legittimo sospetto, nei loro confronti o, comunque, che la loro fama li precede e li fa percepire come potenziali ladri e furfanti dai quali stare in guardia, fama che, peraltro, credo che abbiano ampiamente meritato, c’è però una deriva che non etichetto politicamente per evitare scontri fra tifoserie, che porta a vedere il diverso, immigrato o rom che sia, come un povero che va accolto ed aiutato senza porsi domande, atteggiamento condivisibile, certo, ma che andrebbe o anzi dovrebbe andare di pari passo con un mondo nel quale non fosse una situazione di homo homini lupus, per citare Hobbes, cioè un mondo in cui si potesse accordare fiducia al prossimo essere umano, a prescindere dall’abbigliamento, dai tratti somatici o, dal colore della pelle, senza avere la quasi certezza che ne subiremo un danno economico o di altro tipo, mondo che, sfortunatamente non è questo, e se lasci una porta aperta, qualcuno la usa per entrare… è triste ma è così, e non si tratta di razzismo, parola che è appunto diventata una etichetta di comodo per ‘bollare’ l’oppositore e che credo sia insegnata come arma di difesa a tutti i “nuovi italiani” che sono arrivati da noi da poco ma che, hanno appreso fin troppo rapidamente come arrangiarsi, e siccome, negli anni alla parola razzista è stato associato uno stigma che la rende non un aggettivo neutro ma un termine potente e carico di significato, non si dovrbbe poter usare così facilmente, un po’ come l’altro termine, antistorico, di fascista e nazista, che hanno perso di significato ormai da quasi 75 anni, alla fine della II° guerra mondiale con la benvenuta scomparsa delle omonime, o eponime, ideologie politiche, ma il termine fascista, quanto quello di nazista, sono rimasti come “jolly” o come componente a disposizione di chiunque voglia darsi un tono, se uno ha voglia di fare casino per strada e, probabilmente la locale amministrazione e le sue forze come la polizia locale potrebbero avere qualcosa in contrario, legittimamente e all’interno del loro ruolo istituzionale e nello svolgimento delle funzioni loro proprie, ecco che questo qualcuno che vuole fare casino, dirà che non va per strada a bloccare il traffico per intenti rivoluzionari ma, invece, etichetterà la sua manifestazione come, sfilata anti-fascista o ‘di protesta contro il nazismo’ ben sapendo che così si ammanterà di un’aura positiva non meritata ma sicuramente benvenuta e, allo stesso tempo darà una connotazione, uno spin, alla sua iniziativa e che i giornali, o quello che ne rimane, con ogni probabilità, nella frenesia di avere qualcosa da raccontare, riprenderà quello spin e quella etichetta e titolorà ‘manifestazione antifascista in… nome della città.. anzichè dire, con più verità, gli abitanti diXXX avevano voglia di fare casino e si sono inventati la tal manifestazione, in fondo la comunicazione è assemblabile quasi che fossero blocchi di lego, ma attenzione a cosa ne viene fuori, il linguaggio è una scatola di costruzioni con blocchi di tante e varie forme, ma le parole non sono del tutto fungibili e, per citare nanni moretti, le parole sono importanti e sarebbe bello usarle in modo avveduto per comunicare ciò che si vuole in forma corretta, anzichè essere solo emesse, o scritte a caso per il semplice intento di esprimere un pensiero che non è neanche interamente formulato in modo completo e coerente.

folla ad una manifestazione con bandiere varie
manifestazione

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