I polli siamo noi!
In questi giorni ogni singola edizione di telegiornale (per tacere dei quotidiani e dei periodici) parla diffusamente dell’influenza aviaria, anzi ormai la chiama con il nome popolare “influenza dei polli”. I giornalisti magari credono di parlare dei pennuti che tanto ci piacciono (specialmente con le patate), ma in realtà i polli siamo noi.
Non voglio sminuire i rischi di epidemia ma non possiamo neanche sopportare questa spinta continua a cadere nel precipizio della psicosi. La parola più usata è sicuramente “pandemia”, è bella e comoda: sa di greco -e quindi di scienza- ma anche di straniero, di inglese -e quindi di vero- e quando la spiegano ci dicono che sarebbe una ” epidemia globale”, prendendo i classici due piccioni con una fava, proverbio particolarmente adatto in questo caso visto che di uccelli si tratta. Dopo un po’ di cronaca ecco che l’inviato, il servizio o l’esperto sparano “la sigla” cioè quell’acronimo alfanumerico destinato ad aumentare il pathos… non si tratta mica di un virus qualunque, vi piacerebbe, ma no questo è il terribile H5N1 (“colpito e affondato?” direbbe un giocatore di battaglia navale). La H e la N stanno solo ad indicare alcune proteine che si trovano sulla superficie esterna del virus e che consentono di identificarlo (se proprio siete curiosi diciamo anche che la H sta per hemoagglutinina e la N per neuoraminidasi, contenti?), i numeri indicano le varianti.
In realtà non è che esistano virus più o meno “cattivi”, nel senso che noi umani diamo al termine. Anzi, a dirla tutta, i virus non si sa neppure bene se possono essere considerati esseri viventi, figuriamoci se possiamo attibuire loro dei valori morali come bontà e cattiveria. La loro strategia (se gliene possiamo attribuire una) è solo quella di infettare una cellula e usarne le strutture per riprodursi, ci sono alcune cellule più adatte ed altre meno. Ma per un virus l’ideale è entrare in quelle di un essere che lo sopporti subendo meno danni possibili, altrimenti muore e il virus non fa in tempo a riprodursi. Ebola, Marburg e le altre febbri emorragiche, infatti, tendono a creare infezioni estremamente letali che, proprio per questo, si autolimitano. Se le vittime non fanno in tempo ad allontanarsi, oppure sono visibilmente ammalate, il virus farà poca strada.
Questo lo sfondo, torniamo alla cronaca. Cosa ci può essere di più ghiotto per i media (mEdia non mIdia per favore, è latino) di una cosa invisibile, piccola, subdola che fa ammalare e risveglia i fantasmi della peste? Se si parla di peste come dimenticare il Manzoni? E allora vai con la caccia all’untore! Stavolta sulla colonna infame finiscono gli uccelli, non solo i polli, tutti i volatili. Perchè volano e sono l’ideale per spargere il contagio.
Ripeto, qualche rischio c’è e non dev’essere sottovalutato, ma da qui a coltivare il terrore per fare notizia c’è differenza. Sembra che il pericolo, oltre che imminente, sia anche una novità. Ma si dimentica di dire che il primo caso noto di infezione trasmessa dai polli all’uomo si è verificato a Hong Kong nel 1997, otto anni fa, non ieri (furono infettate 18 persone, 6 morirono). Poi il virus a fatto ancora capolino cavallo tra il 2003 e il 2004 in vari paesi asiatici (ma anche in Siberia e Kazakistan) ma se l’è presa solo con il pollame, evidentemente -e fortunatamente- a lui più affine. I numeri della pandemia umana dunque non ci sono, forse neppure quelli di una vera e propria epidemia. (fonte Center for Disease Control )
E quindi? Quindi immagino che finirà come con la SARS (anche in quell’occasione gli allarmi si erano sprecati)… tra qualche tempo -se non ci saranno sviluppi catastrofici- l’influenza verrà dimenticata per fare spazio alla nuova notizia del momento.
Ripeto, i polli siamo noi che ci facciamo attirare da questi allarmismi e ne giustifichiamo l’uso proprio perchè ci attirano, forse per morbosità o forse per paura.


Chiedo a tutti anche un pò follemente, forse un po’ arrogantemente (e pure con tanta ignoranza
) -MA TU LA MUCCA PAZZA L’HAI PRESA?-
Fa comodo distogliere l’attenzione da ciò che ci circonda e forse forse ci opprime, e far alzare lo sguardo verso il cielo, verso il mare: pioggia, bufera, frane, terremoti, catastrofi disumane (quando la catastrofe di maggior rilevanza, la creiamo con le nostre mani e i nostri cervelli giorno dopo giorno), e poi adesso uccelli uccellacci uccellini.
E cosa ne rimane?
Bhè, io intanto il pollo lo mangio.
Ma pollo o non pollo, l’importante è non togliere lo sguardo dai nostri piedi: che siano sempre ben a terra.
[...] Ho già scritto due volte (una e due) di come l’attenzione per l’influenza aviaria abbia calamitato l’attenzione pressoché totale dei media per un certo periodo, per poi venire ignorata quasi del tutto e sostituita dalle nuove “urgenze inaspettate”. [...]