Scrivere alla velocità del pensiero
Ieri sera sono andato al cinema a vedere l’ultimo film della serie di Harry Potter, tra l’altro uno dei pochi casi in cui il film è fedele al libro, anche se in questo gioca un ruolo importante il modo di scrivere della Rowling che assomiglia moltissimo ad una sceneggiatura, e ho visto come il regista ha immaginato lo strumento della giornalista di gossip della “Gazzetta del profeta”: un block notes classico spiralato (un’icona del giornalismo anglosassone) ed una penna che è un incrocio tra una piuma e una stilografica e che annota da sola -magicamente of course- le parole della reporter.
Mi è tornato in mente che qualche settimana parlavo con un’amica di come bloggare sia un’attività che porta ad una forma mentis che tende a ridurre in potenziali brani per il blog molte delle riflessioni che ci capitano. A me per esempio capita molto spesso di comporre dei brani, che poi naturalmente dimentico o sono troppo pigro per ricostruire, quando sono a passeggio con il mio cane. Alla fine avevamo concluso che ci piacerebbe veramente tanto avere un apparecchietto al quale dettare, meglio se per via telepatica, le nostre riflessioni. A quanto mi risulta non esiste ancora niente del genere, ma credo che prima o poi -e forse più prima che poi visto il ritmo con cui si sviluppa la tecnologia- ci arriveremo. Al momento la cosa più prossima è rappresentata dai sistemi di dettatura vocale, tra i più celebri si contano Dragon Naturally Speaking (che adesso scopro che ha cambiato nome in Nuance) e IBM Via Voice, che consentono di parlare e vedere le proprie parole trasferite direttamente all’interno di un’applicazione di word processing.
Questo in teoria almeno. In pratica questi sistemi funzionano alla perfezione quando confrontati con vocabolari specialistici che sono stati previsti dalla programmazione e dopo che chi detta ha addestrato il software a riconoscere la sua voce, le sue parole, il suo modo personale di parlare. A dirla tutta non so quanto si tratti di addestrare IL software o piuttosto di essere addestrati DAL software (non voglio usare la parola ammaestrati, ma il concetto è quello).
In tutta onestà è possibile che negli ultimi anni questi software siano migliorati moltissimo, io l’ultima volta che ne ho provato uno, circa 5 anni fa, ho desistito quando mi sono accorto che duravo più fatica ad adattarmi alle esigenze del software che non a scrivere come ho sempre fatto. Per di più io odio la fase, peraltro fondamentale, della rilettura e dover rileggere un documento che può anche essere pieno di frasi sconclusionate generate dalle incomprensioni tra me e il software mi fa passare la voglia di “scrivere”. Per di più i travisamenti possono essere anche notevoli, in alcuni casi portando allo snaturamento totale del testo. Per me il punto di rottura fu quando il programma decise che “7° cavalleria” doveva diventare “chiara isteria”, chiuderlo e disinstallarlo fu un tutt’uno con la realizzazione che non saremmo mai andati d’accordo. (Per la cronaca il 7° cavalleria di cui sopra non era un tentativo di mettere in difficoltà il software, ma un termine ricorrente in una lunga traduzione di un testo sull’ultima battaglia del General Custer, il celebre episodio di Little Big Horn.)
Ma al di là di tutte queste problematiche tecniche quello che mi domando è un’altra cosa: vorremmo davvero vedere ogni nostro pensiero comparire su uno schermo, anche quelli dei quali magari un po’ ci vergogniamo?
Però credo che il punto non sia nemmeno questo, penso invece che poter dettare o pensare un testo sarebbe molto pratico ma porterebbe a risultati diversi dallo scriverlo quel testo. Non che ci sarebbe nulla di male, ma si avrebbe una forma diversa di comunicazione. Il parlato e lo scritto sono entrambi “testi” ma giocano su registri diversi. Il parlato funziona grazie alle pause dell’oratore, ma anche ai suoi gesti, al suo modo di fare e di porsi, alla sfera della prossemica insomma. Lo scritto invece per esprimersi usa le virgole, i punti, i tempi verbali e in alcuni casi anche il lettering o l’impaginazione.
Il parlare sopporta ripetizioni, leggere alterazioni di uno stesso discorso, allitterazioni e formule oratorie che, se portat e sul foglio, squilibrano del tutto il testo o lo rendono ridicolo. Lo scrivere invece, proprio per la sua qualità artigianale dovuta al suo sgorgare dalle dita di chi scrive che, contemporaneamente, rilegge quanto ha appena vergato digitato, è più pensato e ripensato, limato e modificato -sia durante la stesura che nelle letture successive-, tutte operazioni che lo rendono completamente diverso da un discorso. Quindi la possibilità di dettare diventa comodissima nella stesura di documenti tecnici o elenchi o nella compilazione di rapporti o moduli dove la precisione e la forma sono più importanti della capacità di far riflettere o di trasmettere emozioni.


baaazzzz gutttyyyrrdd nshsnspppba!
… io penso che prima ancora devo resettare il software dei miei pensieri, che anche le due mani hanno qualche difficoltà a tradurre!
io penso che prima ancora devo (chem chem) l’ha scritto LUI non io!
Hai ragione. Scrivere e pensare hanno due forme di comunicazione diverse, ma non mi dispiacerebbe poter disporre di un apparecchio che scrivesse i miei pensieri. Molti vanno perdendosi, altri non riesco a tradurli in parole scritte, e me ne dispiaccio.
Proviamo ad inventarlo insieme?
[...] Qualche sera fa, mentre passeggiavo con il mio cagnolino, stavo pensando al problema della pirateria. Mancando ancora lo strumento per bloggare i pensieri alla fine me ne sono naturalmente dimenticato e non ne ho scritto. Adesso però, complice la consueta passeggiata sotto la pioggia (si vede che l’umidità provoca cortocircuiti nei neuroni) stavo ripensando alla vicenda agganciandola ad alcune altre riflessioni. [...]