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I polli 3… allora non sono il solo

Ho già scritto due volte (una e due) di come l’attenzione per l’influenza aviaria abbia calamitato l’attenzione pressoché totale dei media per un certo periodo, per poi venire ignorata quasi del tutto e sostituita dalle nuove “urgenze inaspettate”.

Cioè le notizie che ci dicono che:

  • incredibilmente d’inverno fa freddo;
  • piove anche;
  • a natale la gente fa i regali;
  • sempre a natale la gente mangia
    (ma i servizi sul pranzo di natale e sul cenone di capodanno inizieranno solo tra qualche giorno, tocca pazientare)
  • in Italia la gente non arriva alla fine del mese con lo stipendio (in teoria) ma trova modo di partire per qualche giorno in occasione di qualsiasi festività: in pratica allora i soldi ci sono, eccome se ci sono (se qualcuno vuole commentare che “i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre pià poveri”, che tutto dipende dai mutui o raccontare qualche caso umano che conosce davvero “mio cuggino” (cit. Elio) insomma… per favore si astenga tanto non ci credo. Non dico che tutti siano ricchi, ma mi rifiuto di credere che chi non riesce a sfamare i figli (come ci vogliono far credere) chieda un prestito per andare in vacanza).

Detto questo volevo riferire che non sono l’unico ad essersi accorto di questa estrema attenzione per un fenomeno, ma che è destinata ad affievolirsi secondo una logica di selezione delle notizie che è apparentemente incomprensibile. Dopotutto il giornalismo e quindi, in parte, i media dovrebbero contribuire a formare la memoria collettiva, qui invece si crea una memoria “a macchia di leopardo”. A quanto pare accade lo stesso anche oltralpe, ecco cosa ne pensa un interessante bloguer francese. A proposito in Francia non si può dire blog, il loro solito nazionalismo idiota ha coniato il termine “bloc notes” per i blog (l’ho scoperto qui).

Il danno subdolo dei software pirata

Qualche sera fa, mentre passeggiavo con il mio cane, stavo pensando al problema della pirateria. Mancando ancora lo strumento per bloggare i pensieri alla fine me ne sono naturalmente dimenticato e non ne ho scritto. Adesso però, complice la consueta passeggiata sotto la pioggia (si vede che l’umidità provoca cortocircuiti nei neuroni) stavo ripensando alla vicenda agganciandola ad alcune altre riflessioni.

Andando in ordine riprendo la prima, quella sulla pirateria: si fa tanto scandalo sul fenomeno del download diffuso e generalizzato degli mp3 e dei film, presentandolo come la rovina delle case discografiche e cinematografiche in contrapposizione ad un modello “equo e solidale” come quello proposto dalle licenze come la Creative Commons. Intanto anticipo l’obiezione legata al fatto che anch’io la sto usando per questo blog dicendo che è un ottimo prodotto, ma non va confuso con il tutto gratis, e proseguo dicendo che in effetti c’è del vero nel fatto che l’abitudine a scaricare tutto sia dannosa. Il danno non è tanto quello diretto, di mancate vendite, perchè moltissimi non avrebbero comunque acquistato il prodotto mediale che scaricano. Vuoi perchè non abbastanza interessati da spendere dei soldi, vuoi per effettiva indisponibilità economica, vuoi per altre ragioni. Sono convinto che molti scarichino di tutto semplicemente perchè ne hanno la possibilità. Si arriva a casi paradossali di persone che hanno gigabyte e gigabyte di film e musica che per essere visti o ascoltati richiederebbero più tempo di quanto ne avranno nei prossimi 10 anni.

Il problema vero è che il poter scaricare di tutto al solo costo della connessione (che tanto la bolletta la paga la famiglia e non ci si fa caso) annulla il valore psicologico delle cose. Se posso avere una cosa senza nessun costo (soldi, impegno, fatica, rinuncie ecc.) allora quella cosa non ha alcun valore. Questa perdita dell’attribuzione di valore è letale perchè è contagiosa e si estende a qualsiasi cosa che non abbia un costo direttamente percepibile, in modo simile all’inquinare o al lasciare la luce accesa quando non serve… i danni sono lontani e non direttamente avvertibili, quindi il problema viene sottovalutato o, peggio, neppure visto come problema. Il discorso sarebbe amplissimo e non provo neppure a concluderlo, mi accontento di accennarlo e passo al secondo argomento, strettissimamente correlato. Per concludere questa prima parte mi limito a ricordare en passant quando alle superiori ci scambiavamo le cassette con registrati i dischi del momento, ricordo ancora bene la cassetta Basf da 60 minuti su cui mi ero fatta incidere la colonna sonora di Top Gun, registrando in cambio Born in the USA di Springsteen, allora, venti anni fa ormai, non si parlava di pirateria e il fenomeno era ovviamente ridotto in ampiezza per la maggiore difficoltà e scomodità di creare le copie e di distribuirle, ma era sicuramente diffuso quanto -e forse più, visto che non tutti usano p2p e internet- adesso.

Intanto per il secondo atto cambiamo scena: una piccola azienda italiana, il cui titolare e fondatore è un artigiano che ha imparato il mestiere da giovane e poi è diventato imprenditore, ha affittato un capannone più grande e preso una Mercedes luccicante con un leasing. A questo punto si sente automaticamente un grande manager, nei casi peggiori indossa anche la giacca. A questo punto si rende conto che la sua ditta di forniture per l’idraulica ha bisogno di due cose: una pavimentazione del piazzale e un software gestionale personalizzato. Chiama allora un muratore di zona che gli fa un preventivo, ordina sabbia e autobloccanti e inizia a pavimentare.

Un programmatore arriva una mattina e, dopo qualche bestemmia per le scarpe inzuppate nella sabbia e nella polvere di mattoni, entra e si fa spiegare dal “manager” cosa gli serve per gestire l’azienda. Le richieste sono le solite: gestione magazzino, paghe, fatturazione ecc. Il programmatore pensa un po’ alle ore che gli serviranno, ai costi di licenza del software di sviluppo, al portatile che deve ricomprare perchè l’attuale è allo stremo delle forze e propone il suo preventivo, circa 1000 euro meno di quanto ha chiesto il muratore. Il manager si adombra e gli dice che è un ladro, non è possibile che un programma che gira su un computer costi così tanto, dopotutto sono solo dei numeri su uno schermo, dietro non c’è niente. Mica ha comprato i mattoni e sudato sul piazzale. Quando il programmatore fa presente all’”imprenditore” che i software costano, che i manuali costano, che ha studiato e tanto per imparare a programmare, il cliente lo guarda come se stesse parlando aramaico e gli dice, ma no, guarda ieri mio cugino mi ha portato Office 2005, me lo ha installato in ditta e non mi ha mica chiesto nulla eppure “quello è software buono lo fa la Microsoft”. Il programmatore ingolla il rospo e i “vaffa…” che gli salgono in gola e accetta di fare il gestionale a prezzo ridotto, dopotutto sa che non riuscirà a dimostrare al “manager” il valore del suo prodotto e a fine mese deve pagare la rata della macchina.

La tendenza a non attribuire valore ai prodotti immateriali è diffusissima e sembrava finora legata alla mancanza di una cultura del “prodotto dell’ingegno”. Chi dopo la scuola non ha più scritto non si fa problemi di chiedere al nipote studente o all’amico insegnate di scrivergli una lettera, perchè non si sente in grado di farlo (e forse davvero non lo è), però non riconosce all’atto di scrivere un testo la stessa dignità e lo stesso valore di riparare un tubo da parte dell’idraulico, dopotutto “che ci vuole a scrivere una pagina” o “a disegnare un logo, dopotutto mio figlio ha tutte quelle clip art belline sul computer”. Però gli serve qualcuno per farlo e se questo chiede di essere pagato si stupisce. La speranza era quella che le generazioni più giovani, che conoscono la fatica di studiare e di realizzare qualcosa pur immateriale, avrebbero acquisito coscienza e attribuito valore alle realizzazioni che richiedono.

Invece l’abitudine a trovare tutto gratis, pirata o crackato, minaccia questo sviluppo e porta ad una banalizzazione di quelle attività che non hanno una componente materiale evidente. Un esempio che mi trovo spesso ad affrontare è quello degli applicativi office. Da anni StarOffice prima e OpenOffice poi rappresentano un ‘alternativa perfetta alla suite di Microsoft, particolarmente adatta all’uso home o delle piccole aziende che, al massimo, scrivono qualche lettera e scrivono un listino nel foglio di calcolo. Eppure mi sono trovato decine di volte a spiegare, con foga missionaria quasi, che OpenOffice è a tutti gli effetti utilizzabile per quello che ci deve fare la tal persona e che se non vuole comprare MS Office è meglio che usi quello. In alcuni casi mi sono anche adoperato per scaricarlo, installarglielo e spiegargli come usarlo. In tutti i casi dopo qualche mese mi sono ritrovato a lavorare sul PC e vi ho trovato installato Office, invariabilmente pirata. Quando gli ho chiesto il motivo la risposta è sempre stata una variante di: “me l’ha data mio (cugino, zio, nipote, amico) gratis e mi ha detto che è meglio”. Io a quel punto lascio perdere (e segretamente nei casi di azienda o negozio gli auguro un finanziere di passaggio perchè se l’ignoranza è scusabile l’idiozia è imperdonabile) ma non posso evitare di notare che il problema è diffuso e che se Office dovessero comprarlo e pagarlo al prezzo di mercato correrebbero tutti a scegliere soluzioni gratuite o a prezzo minore, rinunciando volentierissimo alla molletta saltellante e ai colori accattivanti.

Come si fa a educare queste persone? (sì? come dice? ah no, no, mi spiace ma il cric non è un’opzione)

Skype, vediamoci!

Dopo il successo esplosivo degli ultimi tempi Skype ha iniziato a trasformarsi da novità e curiosità in vero e proprio strumento di comunicazione diffuso, con grande dispiacere delle aziende di telecomunicazioni (le cosiddette Telcos) e grande gioia di chi deve parlare con amici, cari, parenti eccetera, meglio se lontani qualche continente (i risparmi sono maggiori). Una rivoluzione a tutti gli effetti, ma silenziosa in quanto lo strumento VOIP non è un’esclusiva e il mercato degli IM è comunque ancora dominato da msn, almeno dalle nostre parti. E poi comunque si tratta di parlare, in conferenza sì, con una qualità molto superiore al telefono sì, con spese quasi nulle anche, ma in fondo ancora simile al telefono al quale siamo abituati da anni.

Stamani invece Skype ha presentato la versione beta della release 2.0, che incorpora nativamente la possibilità di videocomunicare. Di nuovo non si tratta di una novità rivoluzionaria, però è un ulteriore passo verso un universo in cui parleremo vedendoci e in cui il concetto di essere in un dato luogo perderà in parte di significato. E’ anche vero che ci sono alcuni problemi di accettazione della nuova tecnologia, dopotutto se ci si scorda di girare o spegnere la webcam è difficile far credere di essere duramente impegnati sul lavoro se siamo collegati dal portatile in wireless mentre siamo stravaccati in giardino sull’amaca :-D , ma sono problemi che si risolvono con l’abitudine alle nuove possibilità del mezzo.

L’idea che più mi affascina della videocomunicazione è che si riporta in gioco la possibilità di usare le espressioni del volto per comunicare quello che si intende o prova molto meglio che solo col tono di voce o con le emoticon. Si può anche gesticolare -come italiani siamo famosi per questo, anche se gesticolano molto anche altri popoli- o semplicemente mostrare la cosa di cui si sta parlando.

Qualche giorno fa in TV sentivo una sociologa, di cui non ricordo il nome, raccontare che il telefonino ha portato molti cambiamenti nelle nostre abitudini, tra cui l’affermarsi della domanda “dove sei?” nel corso delle conversazioni. Per lei questo rappresentava un’insopportabile invasione della privacy dell’interlocutore, ma secondo me è una cosa stupida o pretestuosa: la domanda viene fatta, ma non c’è nessun obbligo di rispondere (e se proprio si vuole farlo c’è sempre la possibilità di mentire… che invece si perde col video come dicevo prima).

Cosa porterà il futuro? Boh… se lo sapessi correrei a comprare il biglietto vincente della lotteria.
Però se sapremo sfruttare bene le tecnologie, coinvolgere chi non le conosce o le teme nel loro uso e ridurre quanto più possibile il digital divide allora avremo un mondo più piccolo e, sono convinto, migliore.

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Carlo



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