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La mania del raddoppio e della ripetizione

Anche io nel titolo ho “raddoppiato e ripetuto”, per adeguarmi. Mi trovo spesso a elaborare dei testi di altri, correggendo delle bozze di articolo, e noto che c’è una tendenza evidente ad utilizzare espressioni molto “pesanti” per far sembrare il testo più completo o più argomentato. In pratica è un altro esempio di forma che prevale sui contenuti: non essendo certo di quel che scrive, l’autore adotta dei rinforzi linguistici per dare autorità alle sue parole.

Oltre ad essere un artificio evidente a qualsiasi lettore sufficientemente competente, questa abitudine rende i testi inutilmente complessi e freddi. Una delle cose che vedo spesso è l’uso di una serie di aggettivi per dire una sola cosa. Un esempio:

“trovo importante valorizzare e dare importanza alle tecniche che consentono e permettono agli operatori professionisti che fanno di questa attività il proprio lavoro di apprendere, acquisire e fare proprie abilità, capacità, skills, professionalità e ‘saper fare’, in modo tale da raggiungere un livello superiore di competenze”.

Bella frase no? L’autore se la rilegge e crede di aver appena pronunciato un discorso degno di un fine oratore. Forse di un oratore, nel parlare l’uso delle ripetizioni è motivato dal fatto che l’uditorio potrebbe distrarsi un attimo e perdere qualche frammento del discorso, quindi ripetere qualche concetto o utilizzare più parole per sottolinearlo è effettivamente utile.
Ma nello scrivere non ha alcun senso, se si perde il filo basta rileggere la frase, che è sempre lì a disposizione non è evaporata come una parola.

Torniamo alla nostra frase:
“trovo importante valorizzare e dare importanza” – valorizzare significa dare valore, dare importanza significa dare importanza, sono due cose distinte in effetti, ma all’atto pratico si tratta della stessa cosa. Teniamo solo “valorizzare”.

“consentono e permettono” – 2 verbi, 1 significato, anche qui teniamo solo uno dei due “permettono” (ma va bene anche “consentono” a scelta)

“operatori professionisti che fanno di questa attività il proprio lavoro” – un operatore è già qualcuno che fa un lavoro o svolge un’attività, se poi è professionista va da sé che questa attività sia il suo lavoro, tutto il resto dunque è di troppo. Teniamo “operatori professionisti”.

“apprendere, acquisire e fare proprie” – anche questi sono termini molto simili, gli ultimi due sono vere e proprie ripetizioni (un educatore potrebbe, forse, distinguere l’apprendimento dall’acquisizione ma in questo caso sono identici). In particolare acquisire implica che una cosa diventa proprietà di chi opera l’acquisizione, pensiamo ad “acquistare”. Teniamo acquisire.
“abilità, capacità, skills, professionalità e ‘saper fare’” – qui le ripetizioni sono addirittura in due lingue. capacità in inglese si dice skill e, fra l’altro, quando si usa una parola straniera in italiano la si usa al singolare, quindi scrivere skills è sbagliato oltre che essere una esatta ripetizione della parola capacità. La professionalità è l’attuazione di una professione, è appena stato detto che si parla di “operatori professionisti”, non serve quindi. Saper fare, tra virgolette, si riferisce all’acquisizione complessiva di una capacità cioè il saper effettivamente mettere in pratica tale capacità, ma è un vezzo linguistico che non aggiunge nulla alle parole precedenti. Teniamo capacità.

Riproviamo:

“trovo importante valorizzare le tecniche che permettono agli operatori professionisti di acquisire delle capacità in modo tale da raggiungere un livello superiore di competenze”.
La trovo già più economica, ma c’è spazio per migliorare ancora un po’ sostituendo “n modo tale da” con un semplice “per”: “trovo importante valorizzare le tecniche che permettono agli operatori professionisti di acquisire delle capacità per raggiungere un livello superiore di competenze”. Ora la frase non è un certo un capolavoro della letteratura, ma almeno dice quello che l’autore voleva dire senza troppi orpelli e appesantimenti. Ma sono certo che l’autore la troverebbe scarna e povera, dopotutto lui è uno che non esce di casa vestito bensì “indossando indumenti, abiti e vestiti”…

Il doppio cortocircuito dell’informazione

L’incidente minerario di Tallmansville, USA, avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere gestito come una tragedia strappalacrime. Una pacchia per i nostri media sensazionalisti. Gli elementi scenici c’erano tutti: mogli e figli in lacrime, una chiesa piena di parenti che pregano, la morte nelle viscere della terra, l’impegno incessante dei soccorritori e, non dimentichiamolo, 12 morti che fanno sempre notizia.

Eppure, anche se non mancava nulla, l’attenzione dei media si è appuntata solo sull’errore che ha portato a credere che in undici dei minatori intrappolati si fossero salvati ed uno solo fosse morto quando, invece, era esattamente il contrario.

Gli inviati dei nostri TG non si sono affannati, come di solito accade, a parlare del dolore dei congiunti, facendo a gara a chi trovava l’inquadratura più lacrimosa o il minatore che lasciava il figlio più piccolo. Soliti squallidi appunti a margine di ogni tragedia che, però, vengono usati perchè attirano gli spettatori e, quindi, non sono imputabili ai giornalisti.

Invece tutti a gridare allo scandalo di fronte al fatto che si fosse fatto credere alle famiglie che i loro cari erano vivi e che loro si erano dati a festeggiare e ringraziare in una chiesa battista. In pratica non si è sentito parlare che della chiesa – battista (aggettivo ripetuto a iosa perchè poco usato e quindi “curioso”) -, dello sdegno -giustificato ma beside the point- dei familiari e dell’imbarazzo del responsabile della miniera di Sago.

In pratica è stata data notizia di una notizia, anzi notizia di una notizia sbagliata. Non voglio dire che l’episodio sia da ignorare, ma ipotiziamo cosa potrebbe essere successo. Un soccorritore si trova di fronte a 12 cadaveri ed un minatore in gravi condizioni, riferisce alla base. Usa una radio e si trova qualche chilometro sottoterra, indossa una maschera granfacciale per evitare di respirare il monossido di carbonio -gas letale, per capirsi quello emanato dalle stufe che ogni inverno uccidono qualche famiglia-, l’erogatore collegato alla maschera non agevola la comunicazione ed è probabile che le informazioni che arrivano all’operatore che si trova fuori dalla miniera saranno frammentarie e poco chiare. L’operatore stesso, magari anche lui collega delle vittime, sarà portato a sentire quello che vuol sentire, la notizia che tutti sperano, pregano, di poter ascoltare.

Ecco che “12 morti, 1 ferito” si trasforma in “1 morto, 12 feriti”. Non è la prima volta che capitano incomprensioni simili, non sarà certo l’ultima. Più grave il lungo ritardo che ha preceduto la smentita, ma immagino che sia stato dovuto all’essersi accorti di aver fatto una stupidaggine e aver consultato i legali in un Paese sempre più assediato dagli avvocati, dalla mania di far causa con qualunque pretesto e dove ogni atto comunicativo o ufficiale rischia di essere bloccato dalle beghe legali che mirano a prevenire risarcimenti potenzialmente milionari.