Il dopo Fallaci

E’ morta. Capita a tutti, prima o dopo, sfortunatamente non ci si può fare molto. Era malata da tempo e sapeva che sarebbe finita così. Così come aveva vissuto in modo riservato, così ha scelto di andarsene senza clamore, senza spettacolo.

Oriana Fallaci è stata prima ignorata per anni, perché era scomoda, poi odiata per il coraggio che aveva mostrato nel dire ciò che pensava e poi ignorata di nuovo come si fa con un insetto molesto: ignoriamolo magari se ne va. Eccoli accontentati.

Però ora tutti si lanceranno nel ricordo ammirato che si riserva ai morti. E’ normale, la superstizione innata nell’essere umano fa pensare che parlar male dei morti non sia consigliabile, e se avessero un modo di vendicarsi?.

Era fiorentina, eppure Firenze l’ha sempre snobbata e attaccata direttamente nel 2002 quando lei non voleva che la sua città divenisse la sede di quel social forum di “pacifisti” che sostenevano le ragioni dei terroristi per il consueto spirito antiamericano, anzi correggo subito l’ortografia “antiamerikano”.

Ieri Dario Fo, altro paladino di quella sinistra politically correct incapace di prendere posizione su qualunque cosa: “ho sempre detto che aveva posizioni aggressive, antistoriche”. Alla faccia, nel 2002 aveva usato toni un po’ diversi: “«Mancano solo i carriarmati, la Fallaci è una terrorista».

Un buon resoconto del “prima” e del “dopo” lo fa Riccardo Barenghi (ex direttore de Il Manifesto) qui: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200609articoli/10834girata.asp.

Quello che trovo veramente spiacevole è come una persona venga usata finchè fa comodo e poi “fatta sparire” quando non serve più. La si riscopre solo nel momento della morte perché è comunque utilizzabile per tornare sotto i riflettori a dimostrare che si è equanimi, “si alcune cose erano un po’ forti, ma quanto era brava su altre”. Imbarazzante. Un esempio? Eccolo: il presidente del consiglio regionale della Toscana Riccardo Nencini (al quale va comunque dato atto di aver voluto attribuire la medaglia d’oro regionale alla scrittirce) dice: “Voleva morire a Firenze, come lei stessa, nella sua ultima uscita pubblica, nel febbraio scorso, a New York, mi aveva confidato” il succo qui non è che la Fallaci volesse morire nella sua città, ma che Nencini avesse avuto l’onore di ascoltare questa “confidenza”.

Ora. So già che i commenti andranno dal “dici così perché sei di destra”, “la morte va rispettata”, “bisogna andare d’accordo e non fomentare l’odio”. Sì. Bello, Giusto (forse). Ma a suon di “rispettare” e “volersi bene” chi rimane a dire le cose come stanno? O, ancor più importante, chi rimane a provocare con coraggio nella speranza che qualcuno usi i neuroni di cui è dotato? Invece di attendere istruzioni da altri per sapere se oggi è meglio uscire con al collo la kefiah o la bandiera libanese.

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Carlo



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