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Google cancella l’onda (wave)

Un breve post per commentare la notizia di oggi che Google ha deciso di congelare il progetto Google Wave. Le onde esistenti rimarranno attive ancora per un po’ ed il codice scritto verra’ condiviso come open source ma, di fatto, il progetto non ha attecchito e anche se alcune sue componenti risorgeranno, a mo’ di araba fenice, in Google Docs e altri prodotti come Gmail l’idea di fondo di aggregare email, chat, condivisione di documenti ecc. in un unico contenitore si è rivelata impraticabile.

Oggettivamente va detto che Google Wave, pur avendo un’interfaccia tutto sommato semplice e intuitiva, in realtà era tutto fuorché intuitivo nell’utilizzo e questo ostacolo si è rivelato fatale nell’attrarre quel vasto pubblico che avrebbe potuto sancirne l’affermazione.

Probabilmente la collaborazione online, specialmente in ambito lavorativo, è ancora troppo legata all’email e la generazione alla quale spetta il prendere decisioni in merito è, purtroppo, poco motivata a imparare a usare nuovi strumenti versi i quali prova timore. In pratica avevano ragione i critici di cui avevo scritto qui dieci mesi fa.

In futuro verrano sicuramente trovate nuove soluzioni ma, per quanto sia poco contenti di doverlo dire, temo che un’innovazione in questo campo possa avere qualche seria possibilità di affermarsi solo se verrà proposta da Microsoft, grazie alla maggiore fiducia che il mondo delle aziende ha in Microsoft per quanto riguarda le applicazioni da ufficio. E anche se venisse da Microsoft, un cambio di modello così radicale da puntare al superamento dell’email avrà comunque serie difficoltà nel medio periodo.

No-B day – tifo da stadio

Non mi piace parlare di politica, tanto in Italia non si può farlo serenamente. E’ come voler discutere, serenamente, di due squadre di calcio, parlando a due tifoserie avverse.
L’atteggiamento è lo stesso: tifo da stadio, odio e livore dall’una e dall’altra parte. In pratica, tempo perso.

D’altra parte però il no-B day mi ha colpito per una serie di ragioni che non condivido. La prima è l’arroganza di un gruppo di persone che decide di rappresentare gli interessi di tutti i cittadini. Si battezza “popolo di internet”, come già esisteva il “popolo dei fax” e si comporta come se avesse avuto mandato di rappresentanza, cosa che, chiaramente non è avvenuta. Questo non significa che non si possa manifestare un dissenso, anzi, è giusto scendere in piazza a dire come la si pensa. Ma da questo a chiedere le dimissioni di un governo ce ne corre.

Che piaccia o meno ai manifestanti, in Italia c’è la democrazia. E questo sistema richiede che i governi si alternino in base ai risultati delle consultazioni elettorali, momenti nei quali i cittadini, tramite il voto, scelgono chi deve governarli per gli anni successivi. Scaduto il mandato a governare, si torna alle urne e si può premiare chi era al governo con un nuovo mandato o, se non ci è piaciuto il suo operato, sostituirlo con altri. Questo è come funzionano le democrazie, tranne che in Italia.
Qui se vince la destra tutti in piazza a gridare al regime che soffoca le libertà e a cercare pretesti di ogni tipo (dalla mafia ai soccorsi al terremoto) per cacciarla. Ripeto: è tifo da stadio, non contrasto politico. Tra l’altro nessuno sembra notare che un regime liberticida non consentirebbe le manifestazioni.

Il “popolo di Facebook” (peraltro che bisogno c’è di trasformare un social network in una piattaforma di azione politica in modo, piuttosto estenuante per chi non è interessato e lo vorrebbe usare solo per tenere i contatti con gli amici e passare del tempo serenamente, per avvelenarsi bastano i TG).

Il motivo di fondo di questo post, però è leggere su Boing Boing, un blog solitamente interessante, non troppo politico seppur definibile “a sinistra” se si guarda l’attenzione ad alcuni argomenti come la privacy o libertà del software, un post come questo. Nel quale l’autrice si fa portavoce delle tesi della piazza, facendo passare per fatti gli slogan politici.

Purtroppo l’Italia e le sue vicende sono troppo spesso raccontate in questo modo da corrispondenti stranieri poco interessati a fare il proprio lavoro (raccogliere fatti e opinioni da tutti i lati, riferire i fatti e, semmai commentare) quanto piuttosto a riportare quelle che sono le grida più forti.

Da questo articolo scopriamo che Berlusconigoverna l’Italia da 20 anni (ovvero dal 1989, prima ancora che scendesse in politica), ignorando il fatto che dal 1994 ad oggi di governi se ne sono succeduti tanti e, peraltro, numericamente è stato più presente il centro-sinistra che il centro-destra).

La domanda che mi pongo è: ma tutti quelli che erano in piazza sabato erano lì perchè avevano guardato i fatti, ci avevano riflettuto e poi avevano deciso di agire, oppure avevano sentito dire che “bisognava manifestare contro Berlusconi che è al governo da 20 anni?”. Perchè la democrazia è una bella cosa, ma il cittadino elettore ha il diritto-dovere di votare in base alle sue convizioni e sarebbe bello che se le formasse pensando, non “per sentito dire”. Lo so è una vana speranza.

ciao ciao SEO?

Search Engine Marketing  (image by Danard Vincente, CC License)

Search Engine Marketing (image by Danard Vincente, CC License)

Da qualche anno SEO e SEM (acronimi rispettivamente di Search Engine Optimization and Search Engine Marketing, i link rimandano a Wikipedia per chi volesse approfondire) sono uno degli argomenti più discussi da chiunque abbia a che fare, professionalmente, con il web. Ma hanno ancora l’importanza che gli si continua ad attribuire? La risposta, come per quasi tutte le cose in rete è: NI!.

Essere ai primi posti nei risultati dei motori di ricerca è sicuramente una bella cosa e certamente un obiettivo da perseguire, ma non è necessariamente indispensabile per il successo di qualunque sito. Facciamo qualche esempio per delineare meglio la situazione. Se il sito è un e-commerce di un prodotto generico (per esempio viaggi o libri), allora comparire ai primi posti quando un utente fa una ricerca per quel prodotto generico è molto importante. Se il sito invece tratta di argomenti o prodotti di nicchia allora il posizionamento sarà relativamente importante, perchè l’utente che desidera prodotti o servizi o argomenti specifici sarà sufficientemente motivato da proseguire la ricerca oltre i primissimi risultati. Inoltre ci sarà anche un’elevata probabilità che un argomento specifico abbia pagine contenenti keywords tali da far sì che il motore di ricerca la trovi immediatamente se l’utente “specialista” usa quei termini, cosa che probabilmente farà, nella sua ricerca.

Se, poi, parliamo di blog o altre pagine personali allora sarà: A) improbabile ottenere un buon posizionamento con keyword generiche a meno di investire risorse che non si addicono ad una pagina di questo tipo e, B) improbabile che la pagina sia ricercata da così tanti utenti mentre sarà facilmente conosciuta e “raccontata” da amici e conoscenti che la promuoveranno con il passa-parola. Anzi, più che altro, facendo girare un link via email, digg e altri siti di social sharing o, semplicemente, postando sul loro profilo Facebook. Questo è, infatti, il motivo fondamentale della perdita di importanza di SEO e SEM per i siti non di commercio: la crescita di importanza e utilizzo del passaparola e della condivisione attraverso le raccomandazioni. Fate caso a quante volte aprite un browser e digitate un indirizzo specifico e quante altre semplicemente seguite un link postato da un amico su Facebook o su Twitter.

La cosa curiosa è che questa importanza della raccomandazione è alla base del ranking di Google da molti anni, anche se in una forma un po’ diversa e meno “umana” (anzi forse addirittura gestita dai piccioni :-) ). Fuor di battuta, il Page Rank di Google altro non è che una forma di raccomandazione automatizzata, che posiziona più in alto le pagine che hanno più link in ingresso (e link “di qualità” ovvero provenienti da altri siti che hanno un Page Rank elevato). Quindi le aziende che vendono servizi di SEO e SEM sono destinate a sparire? Non necessariamente. Sopravviveranno se sapranno reinventarsi per offrire servizi nella sfera del web sociale.

Leggere nell’era di Internet

Titolone impegnativo per quella che, in realtà, è una banale considerazione scaturita oggi da una chat e che posso riassumere nel semplice slogan:

“se smetti di leggere smetti di crescere”

La considerazione deriva da varie cose, una tra queste l’osservazione personale che molta gente che ha fatto carriera in parte per capacità e in parte per essersi trovata nel posto giusto e nel posto giusto, ma senza una cultura specifica, si sente arrivata e, implicitamente, ritiene di non avere più nulla da imparare.

Vedere che spesso gli sfuggono delle verità fondamentali del loro lavoro, solo perchè sono cose attuali che sfuggono da quelle che hanno appreso dieci anni fa, genera una sensazione mista di compassione e tristezza.

Qualche anno fa, usando sempre di più internet, avevo ridotto moltissimo il numero di libri che leggo. Per un po’ ho creduto di poter fare a meno dei libri stampati, tra l’altro si risparmia anche, poi ho riscoperto che il libro ha un ruolo che va al di là del suo contenuto.

Prima di tutto, l’atto di leggere richiede un minimo di concentrazione e di staccarsi dal continuo flusso di distrazioni che il computer ci offre (e a cui ci sottopone): status di Facebook, IM, email ecc. Poi il libro è un portale verso un altro luogo, sia questo il mondo parallelo di un romanzo o un angolino della mente dell’autore di un saggio. Comunque ci porta altrove rispetto a dove siamo.

Infine, e forse è il vero motivo, quando lo leggi fai solo quello, ti concentri e il libro diventa uno strumento per pensare, ben al di là del contenuto. Mentre le parole passando dalla pagina, agli occhi, alla mente spesso si comportano come una leva, o meglio un lubrificante, che moltiplica le capacità del nostro cervello.

Con questo non voglio dire di leggere i libri e non il testo su internet. Direi una cosa stupida e sarei incredibilmente ipocrita visto che se leggo 10 pagine di un libro al giorno, in quel giorno avrò letto almeno altrettanto -probabilmente 3 volte tanto – in rete, sotto forma di blog, forum, pagine web ecc. Ma sono letture che hanno scopi e risultati diversi. In rete leggo per avere un’informazione specifica, per ottenere delle risposte. Sui libri la lettura porta più alla riflessione e all’acquisizione di strumenti per pensare e a nozioni più generali.

La morale non c’è, anzi c’è ed è banale: leggere tanto, su ogni mezzo. 

Chissà poi cosa succederà quando la convergenza ci porterà ancora più e-reader (tipo Kindle)

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Carlo



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