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vediamo se sono indovino [politica]

Facciamo conto che il Governo Berlusconi cada, vedi mai che succede:
mettono un “Amato” a caso che fa il prelievo fiscale, la patrimoniale e chissà che altro, poi per i prossimi 5 anni la sinistra fa 8 governi a rotazione, con Fassino, Bersani, Vendola, Renzi, Casini, Di Pietro ecc…  ognuno dei quali dirà “abbiamo la ricetta per fare quello che serve, ma prima dobbiamo rimediare ai disastri fatti dalla destra”.

vediamo…

Frodo contro Amleto, no non é un incontro di boxe

Il titolo é strano e richiede una premessa: questo é un post sui generis. Oggi mentre cercavo un file in un hard disk esterno dove c’é davvero di tutto. Non ho trovato quello che cercavo, ma ho ritrovato un paper che avevo scritto nel lontano 2004 per l’esame di letteratura comparata nel corso di laurea in media e giornalismo, all’università di Firenze.

Essendo un paper “da esame” va da sé che non é pensato per essere postato qui, ma lo metto ugualmente per vedere come verrà accolto.

Bene, per questo esame era richiesto di scrivere un paper che mettesse a confronto uno dei libri da scegliere in una lista data dal professore (da qui viene Amleto) ed uno a scelta (da qui arriva II Signore degli Anelli). Il mio intento nella scelta era in parte provocatorio, ma i punti in comune ce li trovo davvero).

Peccato che il professore abbia definito LOTR un libro “fantasy” e mi abbia chiesto come potessi credere agli elfi. Ora, nella sua lista c’era “La Metamorfosi” di Kafka e se l’é presa quando ho risposto: “se lei crede che uno possa addormentarsi uomo e risvegliarsi trasformato in scarafaggio, perché io non dovrei poter credere agli Elfi?”. Il fatto che abbia avuto 29 come voto invecec di 30 secondo me non é un caso.

Premetto anche che sono un “fan” tanto di Tolkien quanto di Shakespeare e non intendo mancare di rispetto a nessuno, s qualche letterato dovesse sentirsi offeso… Beh lo invito ad andare ad offendersi da qualche altra parte.

Bene, ecco qua:

“Le opere che ho scelto di confrontare sono “Amleto” di Shakespeare e “Il Signore degli Anelli” di Tolkien. La scelta di questo secondo autore può sembrare lontana da quella che è considerata “letteratura nobile” e quindi degna di considerazione. In realtà questa è una distorsione prospettica principalmente italiana, che ha visto Tolkien (nota 1: Autore con il quale ho un grosso debito di riconoscenza perché mi ha fatto scoprire il piacere di leggere libri in lingua originale, portandomi -indirettamente e non da solo- a questo corso di studi.) oggetto di infondate (e stupide) critiche politiche che nulla hanno a che fare con l’opera del letterato inglese e che, soprattutto, sono state mosse da critici che operavano secondo il concetto di “Non l’ho letto ma non mi piace”.

L’aspetto che mi interessa discutere è invece quello dei due personaggi principali: Amleto e Frodo che, attraverso le vicissitudini descritte nei due libri, sono sottoposti ad un percorso di crescita che li porta ad essere persone totalmente diverse da quelle che gli autori ci presentano al principio delle opere.

Amleto è un giovane principe, appassionato di teatro che trascorre il suo tempo studiando a Wittenberg e che è tornato alla corte di Elsinore in seguito alla morte del padre e per assistere, suo malgrado, all’incoronazione dello zio Claudio sul trono del padre e al matrimonio di sua madre con il nuovo re.

Frodo non è un essere umano, è un hobbit, ma la sua identità è facilmente identificabile (per quanto Tolkien dica esplicitamente di non voler usare alcuna allegoria (nota 2: Lo dice espressamente nella prefazione a “La compagnia dell’anello”) con un gentiluomo della campagna inglese, partecipe di vicende delle quali farebbe volentieri a meno.
Entrambi i personaggi sono in qualche modo costretti all’azione da altri personaggi che vincono la loro riluttanza e li spingono ad intraprendere un percorso che modificherà irreversibilmente la loro esistenza e, più o meno rapidamente, li porterà alla morte (nota 3: Anche se Tolkien fa passare due anni tra la fine della vicenda narrata e la partenza del protagonista per i “Porti Grigi”, metafora dell’aldilà.)
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Per l’uno e per l’altro il mezzo che conduce al cambiamento è un viaggio o, meglio, gli avvenimenti che occorrono durante esso. Amleto parte per l’Inghilterra accompagnato -ma forse dovremmo dire tradotto nel senso carcerario del termine- da Rosencrantz e Guildestern, che il Principe manderà a morire senza rimpianti. Frodo viene convinto ed esortato da Gandalf a partire per distruggere l’anello fatale. Il viaggio e gli eventi cruciali della narrazione di Tolkien si svolgono in poco più di un anno, Shakespeare invece non ci dice quanto tempo Amleto resti lontano dalla Danimarca, ma le vicende che intercorrono nel frattempo (la follia e il suicidio di Ofelia) secondo me indicano un periodo di poche settimane, al massimo qualche mese.

Al termine del viaggio entrambi i personaggi compiono la loro “missione”: Frodo salva la Terra di Mezzo e Amleto vendica il padre e salva il proprio onore. Però a questo punto non sono più gli stessi e non possono più tornare alla vita di prima. Il fatto che Amleto resti ucciso nel duello con Laerte non è rilevante, fa solo parte del paradigma della tragedia classica. Se fosse sopravvissuto non sarebbe comunque più stato il giovane amante del teatro e della poesia delle parti iniziali dell’opera, ma un re provato nello spirito e forse neppure desideroso, o in grado, di regnare.

Le due vicende portano i protagonisti a riflettere su due aspetti fondamentali dell’esperienza umana: la brevità dell’esistenza, l’umiltà comune degli uomini di fronte alla morte ed il continuare ad esistere solo nel ricordo degli altri. Entrambi gli autori adottano lo stesso dispositivo narrativo per esporre il pensiero dei loro io alternativi: il dialogo con il personaggio che nella storia è il più vicino al protagonista. Amleto nel V° atto parla con Orazio dopo che hanno visto il becchino esumare il teschio di Yorick, mentre Frodo e Sam, in varie occasioni negli ultimi capitoli de “Il Ritorno del Re”, discutono delle leggende che narreranno le loro gesta.

Non credo invece che possa essere fatto un paragone tra la follia di Amleto e quella di Frodo. La prima è sempre in dubbio, Shakespeare non ci dice mai se il Principe sia davvero folle o se la sua pazzia sia parte della trama volta a smascherare il crimine di Claudio. Frodo invece non agisce mai in preda ad una vera follia intesa come patologia, piuttosto la sua volontà a volte viene sopraffatta dalla forza del male rappresentata da Sauron e veicolata dall’Anello.

I modi nei quali i personaggi si indagano e si confrontano con la vicenda alla quale partecipano è molto differente. Amleto usa il sarcasmo e l’ironia per colpire chi lo circonda, forse è un personaggio negativo o forse, in chiave più moderna, possiamo crederlo tanto ferito dagli eventi da non curarsi più del destino di chi gli è attorno ma solo del suo dolore. Frodo invece è sempre attento alle vicende degli altri personaggi e quando a parlare è il suo io vero -non influenzato dall’Anello- si reputa sempre inadatto al compito al quale è chiamato ma si ostina a compierlo perché il fato ve lo costringe. Entrambi però, una volta accettato il loro destino, mostrano una coraggio disperato a fronte di ogni avversità ed il desiderio risoluto di portare fino in fondo la loro vicenda. Amleto è stato scritto tra il 1599 ed il 1601, Il Signore degli Anelli tra il 1920 ed il 1954, però i personaggi sono moderni, sfaccettati e profondi nella loro forte riflessione sulla loro individualità e sui dubbi che li assillano.

E’ simile anche l’atteggiamento dei protagonisti nei confronti della della morte, per entrambi rappresenta la fine delle sofferenze terrene ed è quasi desiderabile, entrambi si chiedono cosa li aspetti dopo di essa e non accettano di morire se non dopo aver compiuto il proprio compito. Simile è anche il proposito dei loro compagni che vorrebbero seguirli fedelmente anche nella morte ma sono prevenuti dal protagonista che vuole che testimonino le loro azioni. Le ultime parole di Amleto sono per Orazio, al quale chiede di raccontare la sua storia ai posteri, le ultime di Frodo sono per Sam, al quale affida il compito di scrivere gli ultimi capitoli del suo libro.

Gli intenti dei due autori non possono essere più diversi. Shakespeare ha scritto una tragedia teatrale perché quella era la sua vocazione ed il suo mestiere, mentre il professore di filologia ha iniziato per divertimento e proseguito per l’insistenza dei suoi editori, mentre il suo sogno era quello, ambizioso, di creare una mitologia per l’Inghilterra, ma con scritti che verranno pubblicati postumi. Tolkien ovviamente conosceva l’opera di Shakespeare, ma non la apprezzava (nota 4: Lettera 163 in The Letters of J.R.R. Tolkien, Allen & Unwin 1981.) (nota 5 La foresta di Fangorn che troviamo nel Signore degli Anelli è un tentativo di Tolkien di creare una vicenda nel cui ambito una foresta potesse davvero scendere in guerra. Ritenendo che Shakespeare avesse sfruttato malamente con la foresta di Birnam in Macbeth, mentre questi aveva mutuato l’evento (ed altre parti della storia di MacBeth) dalle “Chronicles of England, Scotland and Ireland”, di Raphael Holinshed, del 1577.) ritenendolo colpevole di aver ridotto gli elfi a personaggi di basso rango simili ai folletti della tradizione popolare. Il filologo inglese invece faceva riferimento alla tradizione delle saghe scandinave che però devono aver influenzato in parte anche l’opera di Shakespeare perché parte fondante del folklore portato in Inghilterra dagli invasori anglosassoni (nota 6: Ad esempio la succitata idea di una foresta che prende parte ad eventi storici è probabilmente ispirata all’azione dei “Giganti delle foreste” della mitologia norvegese.).

Nell’economia delle due opere l’uso dei personaggi principali è del tutto differente. Amleto è protagonista in tutte le scene nelle quali compare, anche quando sembra defilato come nell’occasione nella quale ascolta Claudio pregare. Frodo invece è spesso un comprimario di altri personaggi che in un dato momento stanno agendo ed in altre parti dell’opera è presente solo nei pensieri dei compagni.”

Google cancella l’onda (wave)

Un breve post per commentare la notizia di oggi che Google ha deciso di congelare il progetto Google Wave. Le onde esistenti rimarranno attive ancora per un po’ ed il codice scritto verra’ condiviso come open source ma, di fatto, il progetto non ha attecchito e anche se alcune sue componenti risorgeranno, a mo’ di araba fenice, in Google Docs e altri prodotti come Gmail l’idea di fondo di aggregare email, chat, condivisione di documenti ecc. in un unico contenitore si è rivelata impraticabile.

Oggettivamente va detto che Google Wave, pur avendo un’interfaccia tutto sommato semplice e intuitiva, in realtà era tutto fuorché intuitivo nell’utilizzo e questo ostacolo si è rivelato fatale nell’attrarre quel vasto pubblico che avrebbe potuto sancirne l’affermazione.

Probabilmente la collaborazione online, specialmente in ambito lavorativo, è ancora troppo legata all’email e la generazione alla quale spetta il prendere decisioni in merito è, purtroppo, poco motivata a imparare a usare nuovi strumenti versi i quali prova timore. In pratica avevano ragione i critici di cui avevo scritto qui dieci mesi fa.

In futuro verrano sicuramente trovate nuove soluzioni ma, per quanto sia poco contenti di doverlo dire, temo che un’innovazione in questo campo possa avere qualche seria possibilità di affermarsi solo se verrà proposta da Microsoft, grazie alla maggiore fiducia che il mondo delle aziende ha in Microsoft per quanto riguarda le applicazioni da ufficio. E anche se venisse da Microsoft, un cambio di modello così radicale da puntare al superamento dell’email avrà comunque serie difficoltà nel medio periodo.

No-B day – tifo da stadio

Non mi piace parlare di politica, tanto in Italia non si può farlo serenamente. E’ come voler discutere, serenamente, di due squadre di calcio, parlando a due tifoserie avverse.
L’atteggiamento è lo stesso: tifo da stadio, odio e livore dall’una e dall’altra parte. In pratica, tempo perso.

D’altra parte però il no-B day mi ha colpito per una serie di ragioni che non condivido. La prima è l’arroganza di un gruppo di persone che decide di rappresentare gli interessi di tutti i cittadini. Si battezza “popolo di internet”, come già esisteva il “popolo dei fax” e si comporta come se avesse avuto mandato di rappresentanza, cosa che, chiaramente non è avvenuta. Questo non significa che non si possa manifestare un dissenso, anzi, è giusto scendere in piazza a dire come la si pensa. Ma da questo a chiedere le dimissioni di un governo ce ne corre.

Che piaccia o meno ai manifestanti, in Italia c’è la democrazia. E questo sistema richiede che i governi si alternino in base ai risultati delle consultazioni elettorali, momenti nei quali i cittadini, tramite il voto, scelgono chi deve governarli per gli anni successivi. Scaduto il mandato a governare, si torna alle urne e si può premiare chi era al governo con un nuovo mandato o, se non ci è piaciuto il suo operato, sostituirlo con altri. Questo è come funzionano le democrazie, tranne che in Italia.
Qui se vince la destra tutti in piazza a gridare al regime che soffoca le libertà e a cercare pretesti di ogni tipo (dalla mafia ai soccorsi al terremoto) per cacciarla. Ripeto: è tifo da stadio, non contrasto politico. Tra l’altro nessuno sembra notare che un regime liberticida non consentirebbe le manifestazioni.

Il “popolo di Facebook” (peraltro che bisogno c’è di trasformare un social network in una piattaforma di azione politica in modo, piuttosto estenuante per chi non è interessato e lo vorrebbe usare solo per tenere i contatti con gli amici e passare del tempo serenamente, per avvelenarsi bastano i TG).

Il motivo di fondo di questo post, però è leggere su Boing Boing, un blog solitamente interessante, non troppo politico seppur definibile “a sinistra” se si guarda l’attenzione ad alcuni argomenti come la privacy o libertà del software, un post come questo. Nel quale l’autrice si fa portavoce delle tesi della piazza, facendo passare per fatti gli slogan politici.

Purtroppo l’Italia e le sue vicende sono troppo spesso raccontate in questo modo da corrispondenti stranieri poco interessati a fare il proprio lavoro (raccogliere fatti e opinioni da tutti i lati, riferire i fatti e, semmai commentare) quanto piuttosto a riportare quelle che sono le grida più forti.

Da questo articolo scopriamo che Berlusconigoverna l’Italia da 20 anni (ovvero dal 1989, prima ancora che scendesse in politica), ignorando il fatto che dal 1994 ad oggi di governi se ne sono succeduti tanti e, peraltro, numericamente è stato più presente il centro-sinistra che il centro-destra).

La domanda che mi pongo è: ma tutti quelli che erano in piazza sabato erano lì perchè avevano guardato i fatti, ci avevano riflettuto e poi avevano deciso di agire, oppure avevano sentito dire che “bisognava manifestare contro Berlusconi che è al governo da 20 anni?”. Perchè la democrazia è una bella cosa, ma il cittadino elettore ha il diritto-dovere di votare in base alle sue convizioni e sarebbe bello che se le formasse pensando, non “per sentito dire”. Lo so è una vana speranza.

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Carlo



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