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Salviamo l’onda (save Google wave)

Come ho raccontato in questo post di pochi giorni fa, Google ha deciso di chiudere il servizio Google Wave, che aveva avviato da circa un anno in private beta e aperto al pubblico a gennaio. Di quest’anno.

Nonostante la mancanza di adesione massiccia, additata da Google come causa della decisione di chiudere, comunque erano in moltissimi ad usarlo per gli scopi più vari. Ecco quindi che, a pochissimi giorni dall’annuncio della futura dismissione, è nato un sito che si propone di raccogliere gli estimatori e gli utenti attuali di Wave e di far cambiare idea a google al grido di “Save Google Wave”. Il sito raccoglie varie testimonianze di chi usava e usa Google Wave con successo e fa ampio uso di twitter e di altri siti di social sharing per diffondere l’iniziativa, decisamente interessante. Infatti, è abbastanza curioso come Google abbia abbandonato una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria per quanto oscura nell’utilizzo dopo così pochi mesi, ricordiamo che Gmail è rimasta in beta per almeno un paio di anni, forse anche di più.

In circa tre giorni Save Google Wave ha raccolto oltre 25000 voti a favore e numerosi commenti di su digg e su twitter (@savegooglewave).

Google cancella l’onda (wave)

Un breve post per commentare la notizia di oggi che Google ha deciso di congelare il progetto Google Wave. Le onde esistenti rimarranno attive ancora per un po’ ed il codice scritto verra’ condiviso come open source ma, di fatto, il progetto non ha attecchito e anche se alcune sue componenti risorgeranno, a mo’ di araba fenice, in Google Docs e altri prodotti come Gmail l’idea di fondo di aggregare email, chat, condivisione di documenti ecc. in un unico contenitore si è rivelata impraticabile.

Oggettivamente va detto che Google Wave, pur avendo un’interfaccia tutto sommato semplice e intuitiva, in realtà era tutto fuorché intuitivo nell’utilizzo e questo ostacolo si è rivelato fatale nell’attrarre quel vasto pubblico che avrebbe potuto sancirne l’affermazione.

Probabilmente la collaborazione online, specialmente in ambito lavorativo, è ancora troppo legata all’email e la generazione alla quale spetta il prendere decisioni in merito è, purtroppo, poco motivata a imparare a usare nuovi strumenti versi i quali prova timore. In pratica avevano ragione i critici di cui avevo scritto qui dieci mesi fa.

In futuro verrano sicuramente trovate nuove soluzioni ma, per quanto sia poco contenti di doverlo dire, temo che un’innovazione in questo campo possa avere qualche seria possibilità di affermarsi solo se verrà proposta da Microsoft, grazie alla maggiore fiducia che il mondo delle aziende ha in Microsoft per quanto riguarda le applicazioni da ufficio. E anche se venisse da Microsoft, un cambio di modello così radicale da puntare al superamento dell’email avrà comunque serie difficoltà nel medio periodo.

No-B day – tifo da stadio

Non mi piace parlare di politica, tanto in Italia non si può farlo serenamente. E’ come voler discutere, serenamente, di due squadre di calcio, parlando a due tifoserie avverse.
L’atteggiamento è lo stesso: tifo da stadio, odio e livore dall’una e dall’altra parte. In pratica, tempo perso.

D’altra parte però il no-B day mi ha colpito per una serie di ragioni che non condivido. La prima è l’arroganza di un gruppo di persone che decide di rappresentare gli interessi di tutti i cittadini. Si battezza “popolo di internet”, come già esisteva il “popolo dei fax” e si comporta come se avesse avuto mandato di rappresentanza, cosa che, chiaramente non è avvenuta. Questo non significa che non si possa manifestare un dissenso, anzi, è giusto scendere in piazza a dire come la si pensa. Ma da questo a chiedere le dimissioni di un governo ce ne corre.

Che piaccia o meno ai manifestanti, in Italia c’è la democrazia. E questo sistema richiede che i governi si alternino in base ai risultati delle consultazioni elettorali, momenti nei quali i cittadini, tramite il voto, scelgono chi deve governarli per gli anni successivi. Scaduto il mandato a governare, si torna alle urne e si può premiare chi era al governo con un nuovo mandato o, se non ci è piaciuto il suo operato, sostituirlo con altri. Questo è come funzionano le democrazie, tranne che in Italia.
Qui se vince la destra tutti in piazza a gridare al regime che soffoca le libertà e a cercare pretesti di ogni tipo (dalla mafia ai soccorsi al terremoto) per cacciarla. Ripeto: è tifo da stadio, non contrasto politico. Tra l’altro nessuno sembra notare che un regime liberticida non consentirebbe le manifestazioni.

Il “popolo di Facebook” (peraltro che bisogno c’è di trasformare un social network in una piattaforma di azione politica in modo, piuttosto estenuante per chi non è interessato e lo vorrebbe usare solo per tenere i contatti con gli amici e passare del tempo serenamente, per avvelenarsi bastano i TG).

Il motivo di fondo di questo post, però è leggere su Boing Boing, un blog solitamente interessante, non troppo politico seppur definibile “a sinistra” se si guarda l’attenzione ad alcuni argomenti come la privacy o libertà del software, un post come questo. Nel quale l’autrice si fa portavoce delle tesi della piazza, facendo passare per fatti gli slogan politici.

Purtroppo l’Italia e le sue vicende sono troppo spesso raccontate in questo modo da corrispondenti stranieri poco interessati a fare il proprio lavoro (raccogliere fatti e opinioni da tutti i lati, riferire i fatti e, semmai commentare) quanto piuttosto a riportare quelle che sono le grida più forti.

Da questo articolo scopriamo che Berlusconigoverna l’Italia da 20 anni (ovvero dal 1989, prima ancora che scendesse in politica), ignorando il fatto che dal 1994 ad oggi di governi se ne sono succeduti tanti e, peraltro, numericamente è stato più presente il centro-sinistra che il centro-destra).

La domanda che mi pongo è: ma tutti quelli che erano in piazza sabato erano lì perchè avevano guardato i fatti, ci avevano riflettuto e poi avevano deciso di agire, oppure avevano sentito dire che “bisognava manifestare contro Berlusconi che è al governo da 20 anni?”. Perchè la democrazia è una bella cosa, ma il cittadino elettore ha il diritto-dovere di votare in base alle sue convizioni e sarebbe bello che se le formasse pensando, non “per sentito dire”. Lo so è una vana speranza.

Google Wave

Ieri mi è arrivata l’onda, ovvero ho ricevuto l’invito a provare Google Wave.

Questo nuovo prodotto di Google, al momento in “invitation-only beta” chiamata “Wave preview” ma che sta iniziando ad aprirsi al grande pubblico, si propone come uno strumento potenzialmente rivoluzionario nel modo di comunicare in rete. D’altra parte però va considerato che proporsi come “dirompente” è la caratteristiche di tantissime tecnologie che poi, alla prova dei fatti, non ottengono il successo sperato.

Di fatto la necessità di ricondurre i vari metodi di comunicazione che usiamo quotidianamente è un’esigenza sentita da molti. Per chiunque lavori in gruppo con una rete abbastanza estesa di contatti è facile avvertire la scomodità di avere il contenuto delle discussioni – ed i file che spesso ne sono corollario – sparsi in una miriade di luoghi virtuali. Succede così che parte di una discussione si porti avanti su varie chat di msn, più un paio di thread per email e magari anche un paio di telefonate. A tutto questo si aggiunge qualche documento di office che gira in allegato in n-versioni contemporaneamente e magari anche qualche file condiviso su – sigh – MS Sharepoint. Se poi si vuole buttare nel mix anche qualche link o riferimento a pagine esterne la cosa si fa ancora più distribuita e difficile da cooordinare. O, meglio, il coordinamento richiede un sacco di tempo e ripetizioni.

Google Wave si propone di risolvere questo problema facendo da accentratore di conversazioni. Vale a dire un luogo unico dove si concentrano tutti i flussi di discussione, i link ed anche i riferimenti ai documenti. Altre cose simpatiche sono il fatto di vedere in tempo reale quando qualcuno sta scrivendo, come già avviene nella maggior parte di client di instant messenging, e addirittura di semplificare la vita nelle discussioni che coinvolgono persone di lingue diverse con un sistema di traduzione automatica in tempo reale.

Le promesse sono tantissime, la versione beta ne implementa alcune e presenta anche un’architettura aperta con delle API che consentono agli sviluppatori di creare dei plugin che estendano le funzionalità base di Google Wave.

Vari commentatori sono perplessi di fronte alla reale capacità di Wave di attecchire in un mondo, quello dell’utenza business dove realmente sarebbe utile usarlo, fatto di persone che spesso hanno difficoltà a usare strumenti banali come l’email e msn. Mi iscrivo anche io a questo campo di pessimisti, anche se in fondo spero che non sarà così, ma ho in mente vari esempi personali di gente che sarebbe molto duro passare ad un flusso di lavoro di questo tipo. Persone che, per esempio, trovano inconcepibile usare Google Docs per condividere dei documenti e preferiscono allegare decine e decine di versioni di un documento di Word e farlo circolare tra 3-4 persone che, ogni volta che fanno una modifica, salvano una nuova versione che, se proprio si è fortunati, vede l’aggiunta delle iniziali dell’autore delle correzioni nel nome del file. Chiaramente poi si trovano file con nomi tipo “documento 01 del 15 ottobre 2009 rivisto da AB – CD – EF -GH(1)(2).doc” (e sfortunatamente non esagero)…

Vedremo cosa succederà. Nel frattempo il video qui sotto spiega le 15 funzioni base di Google Wave, mentre questa è la presentazione ufficiale risalente ormai a qualche mese fa.

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Carlo



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