small joys

Yesterday in the mail I receiveda copy of “Natura 2000 –  Protecting Europe’s biodiversity“, a book by the European Commission that highlights the most important natural areas of Europe, areas that need to be protected to ensure their survival. (The book is free and can be requested in the EU bookshop at the link above).

It’s a very nice book and the news is that they used one picture I had taken underwater, showing some red coral. The picture is a normal photo, nothing spectacular, but I really liked to see that the editors discovered it on Flickr, asked my permission to print it and then sent me the copy of the book.

They’d offered to pay something for the pic, but being it for a good cause, for a “for free” book and being a normal pic I just asked for a copy of the book and the photocredit.

In the past 10 years I’ve had over 400 articles (and counting) articles published in several scuba diving magazines, with pics too, still this was nice.

Facebook, 1 anno dopo

Poco meno di un anno fa, il 28 novembre 2007 avevo scritto a proposito di Facebook e di come fosse poco usato dai giovani italiani. Quasi un anno dopo siamo in piena fase di boom di questo Social Network che ha avuto una crescita esplosiva in Europa negli ultimi 12 mesi e anche in Italia (con un numero di utenti nell’ordina di grandezza di 1,5 milioni).

A livello globale ha superato i 100 milioni di utenti ad agosto e sta crescendo non solo tra i giovani ma anche nella fascia di età che va da 30 a 45 anni, un segmento demografico che tra luglio e settembre ècresciuto di circa il 40%. C’è da dire che questo picco di crescita è spiegato dal fatto che questa fascia di persone era poco presente su Facebook. Ma è interessante vedere che viene adottato da persone dai 13 ai 60+ anni.
I media tradizionali, al solito, hanno visto l’aspetto allarmistico di questo boom, arrivando a suggerire che chiunque usi un social network sia, essenzialmente, un disadattato (per una disamina della vicenda suggerisco la lettura di questo post su Webgol.
D’altra parte però la grancassa mediatica ha anche aiutato Facebook portandolo all’attenzione di molti che non ne avevano mai sentito parlare in precedenza.
In USA intanto c’è chi ha iniziato a parlare di perdita di interesse verso questa piattaforma, dato che la crescita del numero di utenti è rallentata fino ad appiattirsi o a calare (fino al 7%) rispetto ai mesi precedenti. Considerando che la creatura di Mark Zuckerberg aveva continuato a crescere per molti mesi di seguito si tratta più probabilmente del semplice fatto che il mercato è saturo e quindi il ritmo delle nuove iscrizioni deve inevitabilmente rallentare.
Io mi sto trovando ad usarlo molto, una volta presaci la mano diviene semplice da usare (al contrario delle prime impressioni che lo fanno sembrare una piattaforma incomprensibile) e ritrovarci amici attuali e conoscenti dei tempi andati è interessante e fa appello al piacere, che tutti negano ma tutti allo stesso tempo provano, di farsi gli affari degli altri. Il punto che proponevo nel post di un anno fa però mi sembra che venga confermato da Facebook: i giovani lo usano ma la produzione di contenuti, per la natura stessa della piattaforma, è limitata: si aggiungono foto e si linka tanto materiale da altre fonti (Youtube, Flickr e via dicendo), oppure si spammano gli amici con inviti a gruppi e applicazioni. Ma di creazione di contenuti originali non se ne trova (ripeto, nella piena logica di tale piattaforma che in parte sta tendendo a Myspacizzari) e la blogosfera continua a essere piena di blog anch’essi myspacizzati: qualche foto o immagine presa altrove, copia-incolla di testi di canzoni e poesie altrui ma pochissima produzione originale.
Forse c’è da rassegnarsi al fatto che al mondo di “autori” ce ne sono pochi, come confermato anche da questa analisi di Forrester Research.

L’avevo detto io…

Google sta iniziando a indicizzare il parlato nei video di YouTube, è una evoluzione logica del loro obiettivo di indicizzare tutto e, probabilmente, è anche una necessità crescente.Da oggi hanno aggiunto una pagina a Google Labs dedicata appunto al Google Audio Indexing (GAudI)… ora posso, a ragione, dire “l’avevo detto io”, infatti cito un mio post di giugno 2006 http://www.carloamoretti.it/blog/?m=200606  nel quale  suggerivo proprio la possibilità di indicizzare contenuti audio in podcast e video. Avrei dovuto brevettare l’idea…  I paranoici potranno essere turbati dal fatto che tutto quello che dicono e viene registrato e pubblicato, rimarrà accessibile da tutti e in eterno (o comunque molto a lungo). Ma la parte interessante credo che sarà la possibilità di confrontare le differenze di stile tra lo scrivere ed il parlare e, nel lungo periodo, osservare come il public speaking verrà modificato dal fatto di essere indicizzabile. Assisteremo forse alla nascita del SEO per il parlare?Non me ne sorprenderei, del resto la radio e, soprattutto, la televisione hanno esercitato quella pressione evolutiva che ha fatto nascere il “sound bite”, cioè la dichiarazione sintetica e d’effetto che serve all’intervistato per comunicare quello che vuole dire in un “bocconcino” adatto all’editing stringato che i telegiornali faranno del suo discorso. Mi spaventa un po’ pensare a chi parlerà intessendo il suo discorso di keywords, soprattutto pensando ai testi illeggibili che la mania del SEO ha fatto comparire su tanti siti.

come si apprezza una canzone se non si capisce il testo?

Domanda da agosto inoltrato, lo so. Eppure è una di quelle cose che ogni tanto mi torna in mente e che quindi pongo qui. Premetto che non c’è nessun intento di giudicare chi conosce una lingua e chi non la conosce. Premetto anche che userò la lingua inglese come esempio, per la semplice ragione che la maggioranza delle canzoni non-italiane che vengono ascoltate in Italia è, appunto, in inglese.

La gente ascolta la musica, italiana e straniera, e alcuni brani diventano “le hit del momento”, alcuni restano per un periodo in cima alle classifiche e poi spariscono, altri diventano classici e rimangono per anni.

Nella mia esperienza sono pochissimi, compresi quelli che comprendono e parlano un inglese discreto, che cercano di capire il testo (o che lo capiscono mentre lo ascoltano) e meno ancora quelli che, non comprendendolo durante l’ascolto, cercano in rete i testi (lyrics) per capire cosa dice il brano che in quel momento apprezzano.

Da qui il dubbio che il successo di una canzone inglese in Italia sia dovuto solo alla sua orecchiabilità o a quanto piacciono la melodia o il ritmo?

Nota: questo probabilmente vale anche per altri Paesi dove l’inglese non è diffusissimo.

Un divertimento cattivello e puerile, ma per le serate d’estate è valido, rimane quello di tradurre qualche brano agli amici per fargli scoprire che la canzone che ascoltano ossessivamente e che credono sia un testo impegnato sul futuro del mondo, o sia la colonna sonora della loro storia d’amore, è invece un insulso ritornello o magari un brano triste che racconta le vicende di due amanti separati dal destino (cambiare esempi a volontà a seconda del contesto) :-)

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Carlo



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